giovedì 8 marzo 2012

Yosemite

Autore: Alessandro Baù e Claudia Mario
Categoria: le Chimere, alpinismo

Gennaio 2011- India

Cla: Siamo su un treno che da Jaisalmer, con 26 ore di viaggio, ci riporterà a Delhi. Uno dei tanti che abbiamo preso nelle ultime tre settimane trascorse a viaggiare tra Uttar Pradesh e Rajasthan . Questa volta nei nostri zaini solo pochi vestiti e sacchi a pelo, niente scarpette e corde ma 70 litri di profumi, colori, persone, situazioni e città. Ed è proprio su questo  treno che decidiamo che con il prossimo viaggio si cambierà stile e parte del mondo. Andando in India ho realizzato uno dei miei sogni, ora tocca ad Ale. Così a settembre si va in Yosemite.





        


Ale: Nella libreria di casa , papà custodiva questo volume. Quante volte ho sognato le pareti di El Cap e Half Dome. Gli scudi di granito, il tetto di Separate Reality, Camp 4. Lisce placche solcate da perfette fessure come unica possibilità di progressione. Tra gli anni ‘60 e ’70 Yosemite era l’Arrampicata.

       

Cla: Voliamo su San Francisco e dopo una notte in auto alle porte del parco, all’alba finalmente varchiamo l’ingresso ancora assonnati. La strada si snoda fluida tra i boschi e la valle più in basso è avvolta da una cortina di fumo. All’improvviso, dietro l’ennesima curva, El Capitan e alle sue spalle, a chiudere quella valle così tante volte vista in fotografia, l’Half Dome.

   

La parete di El Capitan

L’Half Dome

     

Ale:  Al leggendario Camp 4 “chi prima arriva meglio alloggia” ed è così che alle 6.30 siamo già in coda davanti alla postazione dei ranger. Dopo due ore di attesa otteniamo una piazzola: i nostri vicini di tenda sono i fortissimi belgi Favresse e Villanueva! Oggi, come in passato, Camp 4 è il campeggio degli arrampicatori: tra slake line, boulder, falò e birra (manca solo una doccia!!) tutti i più forti hanno pianificato le loro ascensioni, innalzando il livello di difficoltà in libera e inventando tecniche innovative di artificiale, diffuse poi in tutto il resto del mondo.

Cla: Materiale per Yosemite: tanto!! Se un buon dolomitista porta una serie di dadi, una di friend, e qualche chiodo, nella valle dei sogni tutto è almeno raddoppiato, infatti solo le soste sono generalmente attrezzate. Prima di partire è bene decidere se salire una big wall e scegliere che itinerario affrontare. Infatti il materiale necessario varia considerevolmente a seconda della dimensione e proteggibilità delle fessure e della difficoltà in artificiale. Non avete idea di quante diavolerie si siano inventati! Rurp, cliff, rivet hanger, cam hook, pecker.

Ale: Il nostro obiettivo è la Salathè aperta da Royal Robbins, Tom Frost e Churck Pratt nel 1961; la seconda via de El Cap dopo il Nose del 1958. La cordata si lanciò in un tentativo senza soluzione di continuità verso la vetta dopo aver utilizzato le corde fisse solo per il primo terzo di via, invece che per tutta la sua lunghezza così come si era usato fare sino a quel momento. Questa fu una grande innovazione che definì lo stile con cui si sarebbero dovute affrontare in futuro le nuove ascensioni. La salita “all free” arrivò nel 1986, capolavoro di Todd Skinner e Paul Piana. 1000 metri di parete, suddivisi in 34 tiri con una difficoltà massima in arrampicata libera di 5.13b (8a; X-).

   




Ale: Per prendere confidenza con questo quasi sconosciuto stile di arrampicata, la prima via che scegliamo è Serenity Crack( 5.10d), nella zona dei Royal Arches. Gli ultimi due mesi li ho trascorsi nel mare del Kazakistan a lavorare in nave, dove potevo allenare le dita solamente sulle liste di legno del mio travetto da viaggio. Catapultato alla base di questa fessura, mentre le mani iniziano a sudarmi per l’emozione e il caldo, mi domando come incastrare dita, pugni e piedi per progredire… mi sembra di essere ritornato a 15 anni fa quando ho iniziato a scalare. Troppo bello. A questa salita ne seguiranno altre tra cui quelle che sicuramente vi consigliamo sono : Outer Limits (5.11a;Cookie cliff), Direct Route (5.10a;Reed’s Pinnacle Area), The Moratorium(5.11b), Bishop’s Terrace (5.8;Church Bowl), East Buttres (5.10d; Middle Cathedral Rock), Free Blast (5.11c; El Capitan), Sons of yesterday(5.10a; Royal Arches).

   

Cla: Per me che arrampico da molto meno, il disagio all’inizio era ben più grande. Monte bianco, Val di Mello e Valle dell’Orco  non richiedono uno stile così particolare. Giorno per giorno, fessura dopo fessura, sento il mio corpo provare nuove sensazioni, acquisire schemi motori diversi, ma la paura che le mani incerottate sguscino fuori da un momento all’altro, rimarrà fino all’ultimo tiro!

   

Ale: Dopo una settimana di tempo stupendo e arrampicate in giro per la valle, ci sentiamo pronti per provare El Cap, ma arriva la neve a darci riposo per un paio di giorni e l’occasione di uscire dalla valle.

Cla: Sfido chiunque a non rimanere affascinato da sequoie millenarie che arrivano ad avere tronchi del diametro di 11 metri. Anche il Sequoia National Park, come lo Yosemite, è un labirinto di affascinanti  sentieri che soddisferebbero il palato dei più esigenti escursionisti. Sempre ben segnalati si snodano sino al cuore di questi parchi, lontani dalle auto, tra scudi di roccia argentei, maestose cascate, cervi, scoiattoli, picchi e orsi bruni. Per la salvaguardia di quest’ultimi, e della vostra incolumità, all’interno dei parchi ci sono ferree regole da rispettare, principalmente per quanto riguarda la custodia del cibo all’interno dei “bear box“. 


Ale: Ritornati in valle le previsioni meteo sono stupende per  tutta la settimana seguente. E’ finalmente ora di preparare i sacconi per la Salathè. Prevediamo di stare in parete 3 giorni e mezzo.

Cla: Rapido calcolo dei pesi: 28 litri di acqua, barrette, cibo per colazioni e cene, normale dotazione alpinistica (nda) rinforzata da jumar e staffe, friend e nut, pochi vestiti, sacchi a pelo e portaledge, una singola, una statica  e il cordino da recupero. Totale approssimato a 65 Kg! Fortuna che almeno l’avvicinamento è breve! Dopo tanti bivacchi in dolomiti fatico a credere necessaria tutta quell’acqua ma è bastata la prima via sotto il sole per dovermi ricredere: anche in questa stagione considerata ideale per l’arrampicata, in parete può fare davvero molto molto caldo.

ALE
L’idea di salire la Salathè mi aveva fatto trascorrere velocemente i quattro mesi lavorati in nave durante l’estate. Unico problema: ero arrivato in valle senza l’abitudine delle scarpette, la resistenza data dalle vie lunghe e la libertà mentale che si acquista dopo un buon allenamento. Così, mentre preparo il materiale, mi chiedo se la prima settimana in valle sia stata sufficiente a garantirmi una certa resistenza. Sono consapevole di essere capocordata e, aiutato da Claudia, dovrò recuperare il saccone: quindi attività senza tregua per 3/4 giorni. (Ce la farò?) Inoltre i venticinque metri sprotetti dell’Hollow Flake (una fessura offwidth non proteggibile) mi preoccupano non poco. Quando mi trovo alla base di questo tiro, inizio a scalare senza troppi pensieri. Cinque metri sotto la sosta, tengo gomito e ginocchio in fessura e guardo venti metri più in basso l’ultima protezione; continuo con una progressione sicura e ragionata incastro dopo incastro. Quando arrivo in sosta mi libero da tutte le preoccupazioni e mi rendo conto che da qui in poi sarà puro divertimento. Arriviamo all’imbrunire sotto “The Spire”e ci prepariamo al nostro primo comodo bivacco su El Capitan. Questa notte siamo noi le lucette in parete che i turisti si fermano a guardare dalla strada.

   


Cla: Avevo passato l’estate a prepararmi per la Salathè, consapevole che le Jumar (maniglie per la risalita della corda) sarebbero state mie fedeli compagne e che il mio contributo su una via di quel tipo avrei potuto darlo come efficiente seconda di cordata. In internet vedevo filmati e prendevo appunti, da amici raccoglievo informazioni e consigli per poi trasferirmi a rocca pendice a provare e riprovare per guadagnare velocità e destrezza, risparmiando più energie possibili. In valle i 10 tiri di Freeblast sono stati un ottimo terreno per vedere se la mia preparazione fosse stata efficace…lo era stato. Quando abbiamo iniziato a preparare il materiale per l Salathè, il mio stato d’animo era un misto tra eccitazione e timore. Quattro giorni in parete: ne sarei stata all’altezza? Mi ero preparata abbastanza? Queste e mille altre domande mi affollavano la testa. Quella mattina, mentre agganciavo la Jumar alle corde fisse e bracciata dopo bracciata guadagnavo metri da terra salendo verso la nostra grande avventura, una per una tutte quelle domande se ne andavano, lasciando spazio all’eccitazione dirompente che solo le grandi salite mi sanno dare.  Non vedevo l’ora che il sole sorgesse a illuminare tutti quei metri di roccia dorata sopra le nostre teste. 



Ale: Quando all’una del pomeriggio del secondo giorno inizia a piovigginare, non vogliamo crederci e siamo convinti che sia una nuvola passeggera. Continuo per un altro tiro ma dobbiamo approfittare di un tetto  per ripararci dal diluvio che imperversa; sono le tre del pomeriggio e quel tetto rimarrà sopra le nostre teste fino alle sette del mattino successivo: diciotto ore appesi all’imbrago, in sosta.

 

 

Cla: Siamo sfiniti, tutto è bagnato e la parete è una cascata. Al ventiquattresimo tiro guardiamo i dieci che ci mancano e a malincuore siamo costretti a calarci; sento scivolare dalle mani mesi e mesi di attesa e la ci ma di El Cap diventa ora dopo ora solo un’utopia. Mi trovo di nuovo ad aspettare che il sole sorga ma questa volta perché ho una gran voglia di posare i piedi per terra. Doppia dopo doppia non posso smettere di guardare la parte che torna ad essere immensa e rimane li ad asciugarsi, poco a poco, sotto il sole caldissimo.

Ale: Il nostro viaggio ormai è agli sgoccioli e una volta asciugato tutto il materiale non c’è più tempo per tornare in parete. Peccato, ci toccherà tornare ma sicuramente con la tenda del portaledge che questa volta avevamo lasciato a casa. La “valle incantata” ha stregato anche noi.



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