domenica 20 luglio 2014

Appunti Persiani

Siamo partiti in otto: Albert, Angelo, Gianfranco, Gianni, Giovanni, Nicola, Lorenzo e Rosalba.

I primi tre giorni li abbiamo passati in uno sperduto villaggio sulla catena dell’Elbruz. Vita agro-pastorale d’altri tempi: bovini, galline e anatre che girano per il villaggio, donne che cercano inutilmente di tenere pulite le stradine polverose, uomini che partono all’alba per i campi sui monti e ritornano al tramonto.

Nel piazzale centrale c’è il forno comune che viene acceso ogni due giorni e il cimitero islamico che è anche luogo di incontri e chiacchiere.

Veniamo ospitati in due decorose casette: cucina con fornello e frigo, bagno con doccia, una saletta più grande dove vivere e mangiare, stanzette più piccole per dormire. Non ci sono mobili ma tanti tappeti e tappetini sui quali si mangia accovacciati il cibo preparato dalle donne e si dorme nei nostri sacchi a pelo.

Dal villaggio siamo partiti per due escursioni di allenamento e di acclimatamento camminando su molta neve su montagne selvagge e per sentieri a tratti appena accennati.

Ci accompagnano Hessan, Bobak (è una guida ma ci bada poco, è sempre intento a fotografare) e Romin con il suo cavallo, anziano ma affidabilissimo.

I cinque giorni seguenti li spendiamo per raggiungere e cercare di scalare il Damavand (5670), che con l’Elbrus e l’Ararat è  uno dei grandi vulcani dell’area.

Raggiungiamo agevolmente il rifugio a 4200 m, disturbati però negli ultimi 200 m da fredde raffiche di vento e nevischio, che ci perseguiteranno anche nei due giorni successivi.

Il maltempo ci scoraggia a tentare la cima subito; occupiamo il giorno dopo a cazzeggiare in rifugio con una breve uscita a 4500 m per acclimatamento.

Ci rimane ancora un giorno per la cima, perciò malgrado il tempo sfavorevole il giorno seguente cerchiamo di salire. Partiamo in sette, uno non sta bene e rimane in rifugio, a 4800 m due rinunciano, continuiamo in cinque. A 5100 m un altro inizia a sentire i disturbi della quota. La guida ci avvisa: siete sotto la mia responsabilità, a questa quota nessuno procede senza guida perciò o tutti in cima o tutti giù. Il “disturbato” tiene duro e continua fino a 5400, dove finisce la parte ripida del cono e un lungo ma più dolce pendio porta fino alla cima, ma è troppo lento e poco lucido.

Amin, la guida, decide che potrebbe essere pericoloso farlo continuare e decide di scendere. Tentiamo una debole resistenza dicendo che in quattro possiamo benissimo continuare da soli. Ma Amin è irremovibile e noi sappiamo che siamo sotto la sua responsabilità.

Delusi scendiamo consapevoli che è meglio non dividere il gruppo: solidarietà e sicurezza hanno prevalso sulla voglia della vetta ormai vicina.

Due giorni dopo siamo a Teheran: i 10/12 milioni di abitanti si vedono tutti: confusione, ingorghi e traffico caotico ma anche una discreta pulizia. Visitiamo alcuni tra i luoghi più caratteristici e poi partiamo subito verso il  sud a conoscere un nuova parte dell’Iran, la sua gente gentile e amichevole e la sua storia: Kashan, Isfahan, Yard, Shiraz. Belle e interessanti città e cittadine ognuna con proprie caratteristiche e monumenti: Grandi moschee e piazze, templi Zoroastriani, chiese cristiane; odori di montagna, di giardini ben curati e di deserto.

Per il gran finale ci siamo tenuti Persepolis con i resti del grande palazzo che fu di Serse, Dario e Artaserse e che Alessandro Magno pensò bene di radere al suolo.

Malgrado la rinuncia al Damavand 16 giorni spesi bene. 

A.S.