Ricordando Sergio Billoro


Mi accade, sempre più spesso, di ripensare a Sergio Billoro, “Sean” per quanti hanno trascorso con lui intense giornate arrampicatorie, a Rocca Pendice, a Lumignano e altrove. Sarà il tempo che passa, sarà che anch’io mi sto avviando ad entrare in quegli anni in cui, come diceva il filosofo latino Seneca “i giorni del tempo passato accorreranno a noi tutti insieme quando li chiameremo e si lasceranno esaminare e trattenere a tuo arbitrio ... È proprio di una mente sicura di sè e quieta l’andar di qua e di là per tutte le parti della sua vita, mentre gli animi delle persone indaffarate non possono nè rivoltarsi nè guardare indietro, quasi si trovassero sotto il giogo...”. Questo passaggio, che funge da incipit ad uno degli scritti “cult” di Gian Piero Motti, “ I Falliti”, scritto divenuto con il tempo uno dei manifesti del free-climbing, mi aiuta a spiegare le sensazioni che affollano il mio essere nel ripercorrere con la memoria i momenti trascorsi a fianco di Sergio, le esperienze e le riflessioni che a questi momenti si sono accompagnate.
Ho conosciuto Sergio Billoro alla fine degli anni ’80. Galeotta fu una telefonata, in cui, pur non conoscendoci, gli chiedevo la possibilità di partecipare, in qualità di Istruttore, ad uno dei Corsi di Arrampicata che, prima in Italia, la rinomata Scuola F. Piovan della Sezione CAI di Padova organizzava da qualche anno. Venni accolto come un figlio da Sergio e fui sinceramente e serenamente accolto da un ambiente a cui devo moltissimo nella mia crescita sia personale che didattica. Grazie a Sergio ed agli Istruttori ho potuto vivere ed approfondire a 360 gradi la dimensione “arrampicata”. Ho quindi appreso a “praticare”, a “leggere” e a “valutare” quest’attività fisica e sportiva nelle tante componenti e fra le mille sfaccettature che la contraddistinguono. Presso la Sezione di Padova ho anche potuto conoscere persone eccezionali, che avevano fatto (e alcuni tuttora la stanno facendo) la storia non solo della Sezione, ma del CAI. Assieme a Sergio, questi “saggi”, come Bepi Grazian, Antonio Mastellaro, Giuliano Bressan, mi sono stati maestri, soprattutto nel momento di relazionarsi, di giudicare e di progettare, mi hanno “aperto” gli occhi su mondi nuovi del sapere alpinistico e arrampicatorio, mi hanno trasmesso la curiosità e la sagacia dell’“apprendista stregone” che, attraverso il metodo, si fa “ricercatore”. Assieme ad alcuni di loro ho partecipato alla Commissione Materiali e Tecniche del VFG, nucleo fondante di quello che ora è il “CSMT”, fiore all’occhiello del CAI e unico nel suo genere in tutto il mondo. Ma sullo sfondo c’era sempre lui, Sergio Billoro, padre-responsabile della Scuola F. Piovan, direttore di quell’“orchestra alpinistico-arrampicatoria” che lui orgogliosamente amava definire “la miglior scuola italiana del CAI”, la persona in grado di armonizzare pregi e difetti di ogni singolo istruttore, sapendo valorizzare al meglio le potenzialità didattiche ed umane di ognuno, indirizzandole all’interesse del gruppo e al raggiungimento di nuovi traguardi didattici. Di Sergio ricordo le prime uscite insieme a Lumignano, quando mi lasciava stupito per quel suo saper caricare e usare di “fino” il piede, frutto di una raffinata tecnica appresa sulle lisce placche di Rocca Pendice, ma soprattutto mi stupiva quel suo entusiasmo nei confronti dell’arrampicata, quella sua capacità di coinvolgere i giovani, di motivarli, di richiamarli quando necessario, di indirizzarli. Sergio è sempre stato attento ad individuare tutte le possibilità per “fare di più e meglio”: si trattasse di metodologie nuove per insegnare l’arrampicata, di organizzazione, di materiali, di sicurezza, di rapporti interpersonali, di raccomandare l’impegno scolastico ai ragazzi. Perchè Sergio, prima ancora che Istruttore era un buon padre, un giusto padre per tutti noi che gli stavamo intorno. In questo, gli tornava utile l’esperienza fatta in parrocchia e nel proprio quartiere, partecipando alle iniziative di gruppo e sportive rivolte ai giovani. Ma un ruolo fondamentale nella vita e nella formazione di Sergio l’ha avuto anche Gemma, sua moglie, madre di Elena e Luigi, persona dolce e cara, che ha sempre saputo comprendere non solo le ragioni della passione per l’alpinismo e l’arrampicata di Sergio, ma anche il suo impegno per le scuole CAI. Gemma è stata la persona che con la semplicità, la serenità e la maturità che la caratterizzavano ha saputo equilibrare queste passioni, rendendole più mature e meglio organizzate: per questo hanno “reso molto” e “fruttato” per lui e per tutti noi. Certamente Sergio era orgoglioso dei progressi arrampicatori di Luigi, ma altrettanto era felice quando Elena ebbe modo di partecipare al Corso di arrampicata, potendo entrare in quella “dimensione verticale” che appassionava padre e fratello. Ma Sergio era sinceramente felice ed ogoglioso per ogni piccolo progresso, fosse esso arrampicatorio o riguardasse altri aspetti della vita, raggiunto da uno dei tanti allievi dei Corsi o da coloro con i quali arrampicava. Una dote fondamentale di Sergio era il suo saper “vedere” lontano, il suo intuire l’importanza di nuove metodologie, di nuovi approcci, di nuovi strumenti per fare didattica. Ricordo che già a metà degli anni ’90, lui propose ed organizzò degli aggiornamenti della Scuola F. Piovan, in cui per la prima volta le metodologie didattiche entravano nel bagaglio culturale dell’Istruttore CAI. Nacque proprio da lì quella sua idea di individuare una metodologia didattica specifica per insegnare l’arrampicata ai neofiti e a quanti neofiti non potevano dirsi, ma potevano aprirsi a nuovi orizzonti. Mi accade ancor oggi di rileggere alcune proposte metodologiche e pratiche che alcuni Istruttori della Scuola seppero progettare già allora e, in tutta sincerità, le trovo attuali. Anzi, posso dire con assoluta certezza che esse, pur con le ovvie differenze, avevano intuito l’importanza del metodo, dell’esercizio e dello strumento più opportuni per realizzare una didattica più efficace ed innovativa. Penso che Sergio abbia molto giovato a noi e penso anche che noi, trascinati dal suo entusiasmo abbiamo giovato a rendere sempre entusiasmante e ricca la sua passione per l’alpinismo e l’arrampicata. Ho potuto conoscere Sergio sia come compagno e amico di scalate in falesia e in montagna, sia come Istruttore durante i Corsi. Quando mi ha fatto l’esame IA, giunto alla prima sosta della Dorigatti-Giambisi al Piz da Lec, nel gruppo del Sella, mi ha detto sottovoce “Augusto, semo a un Corso. Metti qualche protezion in più! Così stasera te festeggi il titolo e sopratuto ti si sicuro de tornar casa sano, dall’Irene”. Fra l’altro, in quel Corso IA del 1991, si è formato il nucleo portante del gruppo che ha poi prodotto, prima in VFG e poi in altre scuole del CAI, molte innovazioni, in particolare per quanto riguarda il potenziamento dell’arrampicata. Per questo, le Scuole del CAI devono molto a Sergio Billoro e soprattutto gli Istruttori del Biveneto, di qualunque disciplina essi siano. Sergio, già alla fine degli anni ’80, aveva compreso che la nuova strada per l’alpinismo passava per il miglioramento del gesto atletico arrampicatorio, che era l’essenza dell’arrampicata libera e sportiva. A quel tempo, in ambito CAI, questo non era così scontato, anzi! E se oggi l’arrampicata ha assunto un ruolo importantissimo all’interno delle Scuole del CAI, ciò lo si deve anche e in buona parte a Sergio Billoro, e con lui ad Antonio Mastellaro ed a un gruppo di Istruttori del Biveneto che si sono battuti affinchè questo venisse compreso dalle Scuole. Quando, noi del Gruppo di arrampicata del Biveneto, in un incontro fatto ad Arco nel 1996, mediante un Documento programmatico inviato alla CNSASA, abbiamo gettato le basi per il riconoscimento di nuove strategie organizzative e didattiche e la valorizzazione del gesto tecnico arrampicatorio nei Corsi CAI, Sergio ne è stato uno dei più impegnati fautori, individuando e suggerendo molte delle proposte contenute in quell’innovativo e, per quel tempo, rivoluzionario documento. Egli mi ha voluto con lui in Scuola Centrale e mi è stato sincero e fidato consigliere, nonchè apprezzato Istruttore, quando ho diretto, con Fabrizio Miori, la fase di selezione e poi il Corso INAL nel 1998, un Corso che sul piano didattico portava al proprio interno tutte le novità che avevamo maturato nel gruppo di arrampicata del Biveneto dal 1990 in poi. Ma con Sergio ci si trovava spesso anche al di fuori delle Scuole: quando si andava a Lumignano, mi ha sempre incoraggiato a “osare” di più ed anche lui non si sottraeva al confronto. Esperto alpinista, era giunto a superare l’impegnativa “Tempi Moderni”, sulla Sud della Marmolada, dando al figlio Luigi, capocordata, le sue “proverbiali” dritte per individuare il tracciato e portandosi appresso uno zaino colmo di mele per “mangiare” qualcosa di “leggero” e “ben assimilabile”, ma anche in falesia se la “cavava” alla grande. Era giunto a liberare la Pancia Casarotto e poi si era dedicato a “lavorare” con molta umiltà Sharura del Sahara, una delle vie che più amava, nonostante gli creasse qualche difficoltà per alcune “spaccate” un po’ dolorose per le sue anche. Una volta, stanchi di falesia, ci mettemmo d’accordo per fare la Waiss alla Pala della Ghiaccia, sul Catinaccio. Il gruppo, guidato da Sergio e comprendente Guido Casarotto ed io, appena giunto a Pera di Fassa, era stato “fiondato” da Sergio dentro una caffetteria, dove, secondo “il capo” si mangiava un ottimo strudel, si beveva una buona cioccalata e c’erano delle ragazze amiche di Luigi. Effettivamente lo strudel e la cioccolata (e le ragazze!) c’erano ed erano anche buoni, forse troppo buoni (non so dirvi delle ragazze)! Usciti ben pasciuti dal locale (tardi!, troppo tardi!) e giunti, dopo l’avvicinamento, alla base della parete, Sergio stabilì: “Ti, Augusto te tiri subito la prima parte de V e V+, mentre ti Guido te fè i tiri de VI e VI+ e mi vedo dopo cosa fare”. Non avevamo fatto i conti con strudel, cioccolata e i loro effetti su una pancia fin troppo “pasciuta”! A metà via, giunti ad un terrazzino, non riuscimmo più a trovare il tiro successivo. Relazione alla mano, Sergio propose di mandare avanti il Casarotto”, ma anche il Casarotto aveva partecipato alla lauta colazione! Prova di qua, prova di là, forse è di qui, riparte da lì, dopo un’ora di inutili tentativi calammo le doppie e mogi mogi e prendemmo la via del ritorno, con le pive nel sacco. Ricordo che ritornati alla base della parete, Sergio sentenziò fra il serio e il faceto “forse ghemo magnà massa!, ma adesso go fame ancora! Meio passar de novo in caffetteria”. Sergio era così! Era critico anche con se stesso e quando serviva lo era anche con gli altri, ma sempre in senso positivo e costruttivo. Sapeva essere ironico, con sè e gli altri e noi tutti gli volevamo bene per quel suo saper stare con noi, parlare con noi, comprenderci e richiamarci, se necessario. Certo, non aveva peli sulla lingua, ma sapeva anche quando fermarsi. L’ho visto battersi per i suoi princìpi, con determinazione, ma anche saper ascoltare le ragioni degli interlocutori. Tutti i frequentatori dell’area arrampicatoria di Lumignano gli devono molto. È anche grazie al suo impegno che siamo riusciti ad evitare la chiusura o quantomeno una fortissima limitazione dell’arrampicata su queste pareti, scrivendo con il Comune di Longare e alcune associazioni ambientaliste (ed evitando così guerre tra poveri!) un Codice di Autoregolamentazione delle Attività di Arrampicata, che tuttora è un ottimo esempio di come si possa frequentare correttamente un luogo d’arrampicata, al punto che la stessa Provincia di Vicenza l’ha recepito per stilare un proprio Regolamento per le attività sportive e ricreative nei Colli Berici.
Sergio ci ha lasciati nel Luglio del 1999, in seguito ad un malaugurato incidente lungo una via, in Vallaccia. Gli era compagno Enrico Boscato, uno dei suoi ragazzi, che, straziato dal dolore, gli è stato vicino e l’ha assistito fino all’ultimo. Dicono che dopo la morte, Sergio avesse uno sguardo sereno: sono certo che aveva capito tutto e che si era preparato a sorridere alla sua Gemma, che se n’era andata qualche tempo prima, portandosi insieme anche una parte di Sergio. Lo capivo, lo vedevo, quando insieme arrampicavamo a Lumignano o si stava in riunione, in SCA. Nei suoi occhi coglievo quella leggera venatura di dolore propria di chi non vuole turbare chi gli sta vicino, una sorta di “velo” per coprire con pudore la propria sofferenza interiore. Ne avevo parlato con Andrea Ponchia, anche lui “allievo” prediletto di Sergio: entrambi ne eravamo preoccupati, ma anche ben consci dei motivi che stavano alla base di questo stato d’animo. Se n’è dunque andato Sergio, lascandoci un po’ tutti orfani e un po’ tutti più soli. Nè lui, nè Gemma hanno avuto dal destino la possibilità di conoscere Matilde e Sergio, nè i successi sportivi e professionali di Luigi, nè la serenità delle famiglie di Elena e Luigi. Altrettanto, Sergio non ha potuto cogliere i frutti maturi di quanto seminato con l’arrampicata: l’istituzionalizzazione della figura dell’Istruttore Regionale di arrampicata, una “creatura” pensata da lui e Antonio Mastellaro in primis, e parte integrante di quel Documento proposto nel 1996 ad Arco dal gruppo Istruttori di Arrampicata del Biveneto, ed entrato a regime nel 2002, nè ha potuto raccogliere i frutti della grande attenzione che sta avendo l’arrampicata all’interno delle Scuole del CAI, attenzione che lui, per primo, ha contribuito a far nascere e a stimolare. Come sarebbe orgoglioso e tutto indaffarato per il gioco-arrampicata e l’arrampicata con i bambini! Nè ha potuto vedere il suo “allievo” Lucio De Franceschi divenire Direttore di quella scuola che lui aveva tanto amato, nè di veder nascere la struttura di arrampicata del CAI, nè di vedere i suoi “allievi”, soprattutto quelli dell’arrampicata, divenire valenti Istruttori e rinvigorire il gruppo di arrampicata sezionale, sempre più importante e decisivo sul piano didattico-sperimentale. La vita è così! Accade!, è dura da accettare, ma accade! Ma so che Sergio sarebbe felicissimo per ogni successo, ogni aspetto positivo accaduto ai suoi ragazzi.
È per me ancora difficile accettare la morte di Sergio. Certo, i primi anni sono stati ancor più difficili. Ma poi, lentamente il dolore s’attenua e lascia il posto ad una pacata rassegnazione, che a volte si fa lucida comprensione del fatto che Sergio non c’è più. È anche in questi momenti che colgo il senso di questo “accorrere” dei giorni passati e vado anch’io con la mente sicura e quieta di qua e di là per tutte le parti della vita, senza affanni. E comprendo che Sergio è ancora qui con noi, perchè Sergio è dentro di noi e noi lo facciamo rivivere ogniqualvolta ci impegnamo a portare avanti i nostri progetti, sapendo dare qualcosa agli altri, consci che in realtà tutto questo è un arricchirci dentro, sia che il nostro operato sia diretto alle scuole del CAI, sia che si tratti della vita quotidiana.
Durante una Riunione di SCA, proprio poco prima di lasciarci, mi aveva fatto promettere che mi sarei dedicato a realizzare il Manuale di Arrampicata. Abbiamo edito due Volumi. Stiamo completando il Terzo. Nello scrivere, la sua presenza è stata ed è per me una costante silenziosa e preziosa: era ed è lì, al mio fianco, a darmi consigli ed idee. Non posso sapere se il lavoro gli sarebbe piaciuto, nè cosa avrebbe potuto dirmi a lavoro ultimato. Ma so che sicuramente mi avrebbe detto: “Augusto, va tutto ben, anca se l’è lungo! Quando te fè qualcosa te và par eccesso (non ho mai capito se volesse dirmi “al cesso”!).....ma adesso ghe saria da fare.......”.
Augusto Angriman