Lucio Bonaldo


L’intervista a Lucio Bonaldo, storico climber e icona dell’arrampicata in Veneto, sarebbe eccessivamente riduttiva senza una preventiva ed adeguata presentazione di questo personaggio, che ha vissuto in prima persona e da protagonista “silenzioso” uno dei più significativi e fecondi periodi della storia verticale, dal fre-climbing all’arrampicata sportiva. Lucio ha impersonificato e tuttora rappresenta sul piano dell’immaginario collettivo, per quanti l’hanno conosciuto e che con lui hanno condiviso e tuttora condividono “intense” giornate arrampicatorie, non solo un “nuovo” modo di approcciarsi alla parete, ma anche una filosofia di vita. Per questo motivo, prima dell’intervista, ho preferito “presentarlo” attraverso queste righe che, tra il serio e il faceto, raccontano alcune delle sue tante avventure (oramai leggendarie) e gli aneddoti che hanno caratterizzato la storia verticale di questo climber, iniziata nel 1975, continuata nel 1976 con la partecipazione ad un Corso CAI e proseguita poi con la ripetizione in libera di grandi itinerari dolomitici (come la Bellinzier alla Torre d’Alleghe, la Carlesso alla Valgrande e la Carlesso alla Trieste) e delle impegnative vie della Val di Mello, la successiva visita all’“America” verticale di Eldorado Springs Canyon e la salita del Nose sul Capitan, nel lontano 1982, e infine il successivo approdo alla nascente arrampicata sportiva, tradottosi in moltisimi viaggi in Francia, a Buoux e in Verdon, ma senza mai dimenticare il primo vero e autentico amore, il free-climbing. Racconti che, come in tutte le “famiglie”, si stanno tramandando di generazione in generazione.

In una delle rarissime interviste, rilascita alla rivista Pareti e apparsa sul Supplemento al n° 9, Ottobre/Novembre 1997, Lucio Bonaldo, climber di Cittadela (PD) affermava: “Tutti i comportamenti verso la vita derivano da un’unica visione che è la conseguenza della coscienza di ciò che sono. L’essenza sta nel togliere dalla mente ogni tipo di schiavitù”. L’autore dell’intervista, il giornalista e arrampicatore Andrea Gennari Daneri, direttore di Pareti, concludeva indicando come Lucio, a quel tempo quasi quarantenne, continuasse a vivere con immutata passione il suo sogno verticale, appostando il suo vecchio motorino in modo da prendere il primo sole del mattino sotto le falesie, perchè arrampicare per lui non era solo uno sport, ma un bel modo di prendere la vita. Tredici anni dopo questa intervista, possiamo dire che per Lucio le cose non sono granchè cambiate! Ora, al posto del motorino c’è una bicicletta e al posto della storica “127 azzurra”, una “Panda verde acqua di mare”, che tuttavia raramente circola per le strade, in quanto Lucio preferisce la bicicletta, ovviamente per “migliorare” il “fondo”, dice lui (“fondo” inteso come portafoglio e quindi per non spendere soldi, diciamo noi, suoi “amici”, scherzando, ma non troppo!). Ora, percorrere in bicicletta tre volte alla settimana molti chilometri per andare ad arrampicare (a volte anche più di cento fra andata e ritorno), non è da tutti, ma sicuramente la cosa diviene “eccezionale” se la strada viene percorsa con una vecchia bicicletta da donna dotata di monofreno assistito da freno “tacco-piede”, con 25 Kg di legna ripartiti sul manubrio (una borsa a destra ed una a sinistra) e 35 di legna o di acqua nel vecchio Karrimor posto sul portapacchi posteriore, più il materiale per l’arrampicata. La corda, quella almeno in alcuni casi rimane  a casa, perchè sono più d’una le falesie in cui Lucio ha lasciato “nascosto” in qualche anfratto uno spezzone di corda lungo a sufficienza per salire la maggior parte dei tiri. Ma perchè la legna, perchè l’acqua? E qui si arriva al dunque! Si deve sapere che Lucio, fin dal 1986, ha fatto una scelta di vita, coraggiosa per molti aspetti: ha rinunciato al lavoro fisso presso un pastificio, scegliendo di guadagnarsi da vivere coltivando il proprio interesse per l’alimentazione macrobiotica. Ha quindi scelto di preparare pagnotte di pane integrale, tain, pasta e biscotti integrali e altro (come dice lui: “ho impiegato una decina d’anni per depurarmi a mezzo di cibi naturali, altri dieci anni per finire l’opera. Non posso parlare di ciò che mangio e delle proporzioni. Tutto deriva da una ricerca anche interiore e saperlo sarebbe inutile. È una lunga indagine che parte da cosa è il cibo e finisce a chi è l’uomo”). Lucio, per fare il pane integrale, oltre agli ingredienti specifici, necessita di legna, con la quale accendere il suo particolare “forno” casalingo e di acqua del “Grappa” (inteso come monte Grappa), acqua che settimanalmente recupera presso una fonte posta in un anfratto (che naturalmente solo lui conosce) e che non esita a definire “la migliore acqua per fare il pane”, trasportandola in bottiglie nello zaino, a piedi, fino alla bici e quindi in bicicletta fino a casa (da Santa Felicita, Bassano, a Cittadella: una ventina di Km circa). La vecchia bicicletta, versione femminile, di proprietà di mamma Maria Pia, ha “reso l’anima” quest’anno, dopo anni di onorato servizio. Le è stato fatale il trasporto da Santa Felicita di tutti quei quintali di legna, una ventina in tutto, frutto dei normali lavori di disboscamento della zona effettuati da alcuni climber, fra cui un altro personaggio della verticale, Umberto Marampon, raccolti da Lucio e trasportati fino a casa fra Aprile e Giugno. Tuttavia Lucio afferma che il vecchio velocipide funzionava meglio del nuovo, in quanto più “scorrevole” e intende “resuscitarlo”. E in effetti, l’ultima volta che l’abbiamo incontrato a Lumignano, a fine Novembre, lo aveva proprio “resuscitato”! In quell’occasione, ci ha anche comunicato che quel Sabato sarebbe stata la sua ultima arrampicata dell’anno, perchè, com’è solito fare da tempo, lui sarebbe andato in “letargo” e avrebbe smesso fino a Febbraio, salvo qualche sporadica visita a Santa Felicita, la falesia a lui più vicina “per mantenere le riserve”. Le scelte di Lucio possono anche apparire a volte bizzarre e strane, ma sono dempre dettate da una riflessione interiore, alla luce delle sue convinzioni personali e di vita, non solo per certi versi legate ad una visione molto “umana” di Cristo (nonostante qualche imprecazione famosa), ma anche assai prossime alle filosofie ed alle religioni orientali e in particolare al maestro Lao Tze. Indubbiamente, è raro trovare delle persone che abbiano avuto la forza interiore di questo climber, a cui va dato atto di essere stato e di continuare ad essere molto coerente con il proprio modo di intendere la vita e di viverla. Per questo Lucio è divenuto una figura molto “popolare” fra tutti i climber del Nord Est e non solo e molti sono i ragazzi che con lui hanno scoperto le perle dell’arrampicata di Francia, Buoux e Verdon in testa, pareti che Lucio ha visitato ininterrottamente fin dal 1981 (il Verdon) e dal 1984 (Buoux), fino al 1999, anche più volte all’anno, e dalle quali non ci ha solo riportato le immagini di grandi salite, ma anche i colori della Provenza. E ancora oggi, i racconti di quei viaggi e quanto accaduto allietano molte delle nostre serate, soprattutto quando a raccontarle sono Paolo Cristofari “Ferrovia” e “Marco Savio”, due “bonzi” allora giovianissimi che più di tutti hanno accompagnato Lucio in quel periodo, sgranando letterlamente gli occhi alla vista di un mondo per loro solo sognato (“era tutta una novità, tutto da scoprire, un sogno!”, afferma “Ferrovia”) e, come dice Marco, scoprendo con il tempo che quei viaggi sono stati “importanti per la formazione di uomini, imparando a resistere alla fame e alla solitudine, alla fatica e alle sofferenze, di vedere nelle piccole cose la grandezza della vita”. Lucio calcolava tutto: partenza alle 8 di sera e arrivo in Verdon alle 8 del mattino (12 ore giuste giuste per il Verdon; 14 per Buoux, calcolando una media di 60 Km/h), tutta strada normale (solo recentemente si è arreso a percorrere un breve tratto autostradale, quello per superare il confine Ligure con la Francia). Durante il tragitto in notturna, per insofferenza verso i fari delle auto che transitavano in direzione opposta, impiego di occhialini alla Hermann Buhl (ma dai quali, giura “Ferrovia”, non si riusciva a vedere nulla; come diavolo facesse a vedere Lucio non è dato a sapersi!), quindi spegnimento del motore per i tratti in discesa (risparmio carburante) e, in caso di sorpasso, sollevamento del guidatore (sempre Lucio) sul sedile di guida con spinta pelvica durante la manovra, al fine di aiutare lo slancio della “127”. Dopo un viaggio “allucinante”, arrivo in Verdon, parcheggio dell’auto lungo una mulattiera in salita e piazzamento tende allo “jas daire” (in dialetto provenzale), ovvero “punto di contemplazione”, ma per i compagni “il monastero”, fatidico nome dato a questo luogo incantevole, ben “mimetizzato” nella particolare vegetazione della zona e posto su una piccola altura, con il pregio di avere in dotazione un pertugio di roccia da cui usciva a cadenza lentissima, ma regolare una goccia d’acqua (raccolta con una tanica, verso sera diveniva qualche litro d’acqua), e pietre (ma di quelle ce n’è un oceano ovunque!) con le quali Lucio componeva una sorta di braciere, utile per cuocere cibi e lasciar cucinare il chapati durante la notte, sfruttando le braci della sera precedente (ovviamente, in quell’ecosistema così bello ma delicato era ed è vietatissimo accendere fuochi!). Dopo una seduta di stretching mattutino, partenza per le pareti con slancio dell’auto in discesa sulla mulattiera, per il superamento del successivo breve dosso, posto proprio sulla panoramica parallela ai belvederi che scende a quello de la Carelle, con portiera del lato guida pronta ad aprirsi in quanto, in caso di bisogno, lo slancio dell’auto veniva assistito dalla spinta sull’asfalto del piede di Lucio, assistito da ciabatte infradito, e quindi discesa ai belvederi, con motore regolarmente spento. Vestizione (se c’era la temperatura adatta, torso nudo e impiego di pantaloncini corti, rossi, super sgambati, modello Adidas), scelta della via, non sempre facile, visti i gusti “ricercati” del Maestro (dopo le classiche, si era prefisso di ripercorrere tutte le vie più “strane” e “disperate” del Verdon), calata fino “à les jardins” (i vari terrazzamenti che in alcuni punti interrompono le vertiginose pareti), recupero delle doppie (a quel tempo non sempre facile: una volta, i due piccoli “bonzi”, nonostante l’impegno “a due”, non riuscirono nel recupero. A quella vista il Maestro, imbufalito, avvolse il capo della corda da tirare fra mano e gomito e, gonfiando il collo e la massa erculea che si ritrova, tirò con una tal potenza che il sibilo di una “fiondata” annunciò l’arrivo del tronco che aveva avuto l’ardire di “bloccare” la corda: fortunatamente non colpì nessuno e si perse nell’abisso). A questo seguiva una prima ispezione di alberi, cespugli e sassi, alla ricerca di materiale perso o caduto dall’alto (una volta, tutto orgoglioso, mi comunicò di aver recuperato un bellissimo cappellino bianco, “proprio come quelli che si vedono indossare dalle signore nei quadri degli impressionisti”, che avrebbe regalato alla madre). Quindi salita e incitamento dei due piccoli “bonzi” a tirare da primi, ma inevitabilmente, visti gli itinerari scelti, finiva quasi sempre per toccare a lui. Sempre alla ricerca di itinerari stravaganti, un giorno pensò bene di ripetere un itinerario dei fratelli Remy. Ne aveva percorsi ancora, ma di quella via non conosceva nulla. Racconta “Ferrovia”, suo compagno in quell’occasione, che ad un certo punto il Maestro si era trovato ben lontano dallo spit, continuando a girarsi con la testa verso l’interno per raccomandargli di fare attenzione. Fu proprio l’aver girato la testa verso l’esterno a determinare un infinitesimale sbilanciamento che dettò le regole dell’“equilibrio instabile”: il piede scivolò e Lucio, roteando fronte a valle, venne giù, guardandosi tutto l’abisso del Verdon e urlando e muovendosi come un orsetto colpito al tiro a segno nel luna park. Fu l’unica volta che Lucio ebbe a dire “l’è un volo un po’ troppo scabroso”, lui, che nella zona superiore di Buoux, nell’anfiteatro strapiombante, per passare il tempo quando pioveva, aveva vinto la gara di voli con una “bomba” superiore ai 15 metri. Sulla via dei Remy risolse il tutto con un pendolo in parete, a detta di “Ferrovia” peggiore del volo, aggancio al volo a due mani di un diedro-fessura, “erculea” risalita fino alla sosta successiva, sul pilastrino, rimbrotti al “Ferro” che non ne voleva sapere di rischiare di schiantarsi contro il diedro una volta tolta l’ultima protezione (per la cronaca, “Ferrovia” si fece un traverso a corda, mentre Lucio si fece calare e con un altro pendolo riuscì nell’impresa di riprendersi il materiale lasciato dall’“infingardo” “Ferro”, in quanto “in parete non si lascia nulla”). Un’altra volta, il “trio delle meraviglie” finì per farsi un itinerario storico, un mezzo camino (dove il Lucio diede una rintronata su una canna sospesa con la sua testa “rasata” tale da fargli dimenticare i comandamenti), tutto muschioso, freddo, abbandonato da Dio e dagli uomini, salendolo a torso nudo, non avendo portato null’altro con sè, e finendo per uscirne con il buio e al freddo (e solo perchè c’era Lucio a tirare). Non riuscendo più a trovare le chiavi dell’auto (che regolarmente nascondeva sotto qualche sasso nei pressi della calata), fra un’imprecazione e l’altra, Lucio sparì fra la vegetazione, tornandosene dopo un po’, fra lo stupore dei due “bonzi” con una pila. Trovate le chiavi, il “Ferro” gli chiese come diavolo avesse fatto a rintracciare una pila e Lucio, seraficamente, rispose di aver bussato ai vetri di un’auto con a bordo una coppietta appartatasi lì vicino e che questi gliel’avevano gentilmente fornita. Premesso che non si è ancora riusciti a scoprire quale lingua abbia mai parlato per comunicare con la coppietta, ma sta di fatto che il “Ferro” sentenziò che con quell’abbigliamento (torso nudo, capelli rasati all’ultimo del Mohicani, pantaloncini sgambati, fisico erculeo) e in quella situazione, “gli avrebbero dato qualunque cosa avesse chiesto”. Molti sono i ragazzi che nel corso degli anni hanno potuto “passare” per “il monastero”. Ricordo sempre l’estate del ’93, quando lassù fu ospite un numeroso e affiatato gruppo di fortissimi arrampicatori del vicentino, dei quali alcuni sono poi divenuti atleti della nazionale. Ricordo ancora le controverse decisioni su chi dovesse accompagnare Lucio per la salita del mattino e chi per quella pomeridiana (lui faceva due vie in un giorno ed alla sera “monotori” sulla falesia posta sopra le gallerie), le discussioni sui gradi che Lucio attribuiva alle vie da fare (se diceva “è un 6c abbondantin”, significava che minimo era un “7a”) e ricordo anche la faccia disfatta dalle “botte di adrenalina” di “Lupo” (onesto praticante di falesia, non certo avezzo a tutto quel vuoto sotto il sedere e soprattutto ai lisci scudi del Verdon) che Lucio spedì da capocordata su “Surveiller et Punir” (naturalmente un 6c facile di placca): tornato dall’esperienza verdoniana, “Lupo” partì per un viaggio in Nepal, dopo di che pensò di dedicarsi ad altre attività. La severità di Lucio nell’attribuzione dei gradi è famosa e “rigida” come la pervicacia con cui difende la proprie indicazioni (quando attribuisce un grado, è capace di fare tutto un elenco di vie e passaggi famosi per giustificarlo!) o come la “testardaggine” d’indossare da trent’anni lo stesso imbrago, oramai consunto (ma dice che va ancora bene!) e questo nonostante gli amici gli abbiano fatto avere due nuovissimi e fiammanti imbraghi (che naturalmente hanno sempre qualcosa che non va per essere indossati). Quando il Maestro è convinto di una cosa, non si “muove”, così come qualche anno addietro non si è mosso dal “monastero”, quando, “beccato” dalla sorveglianza aerea, è stato multato (mai pagata la multa!) e invitato ad andare al camping: mi ha confidato che sotto un folto roveto e assistito da un bel telo mimetico, nemmeno i radar dei servizi segreti riuscirebbero mai a vederlo. Come possa starsene, imboscato, con una tendina, sotto un folto e “doloroso” roveto come un Cristo in croce, non si riesce a capire, ma tant’è, il Maestro ci sta. D’altra parte Lucio, persona diretta e schietta, vive in simbiosi con questo mondo e anche con gli “abitanti” del posto, come ha ben capito uno dei caproni selvatici che popolano questi altopiani, che stava infastidendo il povero Marco per mangiargli il “sacro” pezzo di pane: Lucio lo prese per le corna e gli assestò un tremendo destro sulla testa, dall’alto in basso, tale da fargli piegare le game e cambiare idea. Che Lucio ami la vita “nature” è evidente. Lo conferma il fatto che non più tardi di un anno fa, verso fine Ottobre, ha trascorso una notte sotto gli strapiombi del Covolo. Si era portato (sempre in bicicletta) una brandina e mi assicurò, nonostante le mie perplessità, che il suo vecchio sacco a pelo lo avrebbe adeguatamente protetto dal freddo. Il fatto è che quel sacco a pelo era decisamente solo un sacco .......... senza piuma, tant’è che al mattino successivo mi confidò di essersi svegliato all’alba perchè “faceva un po’ freddino” e di aver trascorso le ore successive, mezzo tarantolato, a raccogliere le noci nel prato sotto la falesia.
La lista degli aneddoti potrebbe continuare “ad libidum”, ma quel che mi preme sottolineare è che Lucio rappresenta per tutto il gruppo Lumignano-Covolo un simbolo, l’essenza di quella sensazione di libertà e di coerenza che è propria di quanti vivono l’arrampicata in modo totale, come scelta di vita. Egli, per molti aspetti rappresenta le scelte che molti di noi non si sono sentiti di affrontare, e quando, anche se più raramente di un tempo, ci si ritrova in gruppo, il solo parlare di Lucio ci emoziona e ci rende tutti di buon’umore. Noi, allievi “distratti”, gli dobbiamo molto e grazie a lui abbiamo potuto cogliere i valori e l’essenza di un grande periodo dell’arrampicata, che ancora ci emoziona, ci fa sognare e mantenere questa passione: siamo divenuti dei “resistenti”. Anche se un po’ chiusi, ognuno, nelle nostre storie e nei nostri mondi fatti di “normalità”, abbiamo imparato ad apprezzare la coerenza di questo “libero arrampicatore” e “libero pensatore”. Lucio comprenderà sicuramente che quanto scritto è solamente il segno di un grande affetto che abbiamo verso di lui e che se ogni volta che lo incontro in falesia gli dico “cambia l’imbrago”, è solo perchè dopo trent’anni di onorato servizio, un imbrago usurato come il suo va proprio cambiato. Naturalmente lui mi risponderà: “Augustus Angriman, sito sempre il solito?!”.

Augusto Angriman

Le foto:
1) Texas Flake sul Nose al Capitan; 2) Buoux "bi bop tango" 7a/7a+; 3) Verdon "abratax" 6b+/6c; 4) fessura Mariacher